Produzioni Urbane

10 Marzo – Produzioni Urbane: le nuove forme del lavoro

Continua il nostro progetto legato al tema delle Produzioni Urbane. Prossimo appuntamento: venerdì 10 Marzo presso lo Spazio MIL.

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Capital, ottobre, novembre 2016

INDUSTRIA 4.0 – Intervista a Fabio Terragni su Capital

INDUSTRIA 4.0 – La fabbrica 4.0 è un modo di ripensare la produzione anche in settori tradizionali, dalla pasta alle caffettiere. Continua a leggere

Foto evento industria 4.0

“Industria 4.0 – Produzione digitale” convegno del 24 ottobre 2016

Lunedì 24 ottobre presso lo Spazio MIL si è tenuto il convegno “Industria 4.0 – verso a produzione Digitale”.
L’evento è stato seguito da circa 150 persone presenti in sala ed è stata realizzata una registrazione del convegno che verrà trasmessa successivamente sul canale del nostro media partner, Triwù, la web TV dell’Innovazione.  Stay Tuned!

Il workshop è stato un positivo primo passo di un percorso che Co+Fabb vuole continuare.

In allegato le presentazioni del convegno:

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relatore: Fabio Terragni

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relatore: Italo Moriggi

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relatore: Aldo Curinga

Comunicato stampa dell’evento: comunicato-stampa-industria-4-0

NEXUS L’incontro tra macchina e umano nell’immaginario, nella tecnica e nella scienza contemporanei

Dal 8  al 20 novembre
c/o Spazio MIL – via Granelli, 1- Sesto San Giovanni (MI)

NEXUS racconta la ricerca biorobotica contemporanea e i suoi straordinari risultati, mostrando i percorsi paralleli della scienza e dell’immaginario. L’esposizione – ideata da Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, Museo Galileo di Firenze e Università di Siena e realizzata grazie a un finanziamento del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca – è stata allestita a Firenze, a Palazzo Medici Riccardi , dal 22 gennaio al 15 marzo 2016.

Oltre alla neuro-protesi sviluppata dall’Istituto di BioRobotica della Scuola Sant’Anna in collaborazione con altri enti di ricerca italiani ed europei, erano esposti reperti storici, prototipi di robot umanoidi e robot giocattolo. L’esposizione ha riscosso un notevole successo di pubblico e ha ottenuto riscontri positivi sulla stampa nazionale. In particolare la sua valenza didattica è stata apprezzata dai numerosi gruppi scolastici che hanno preso parte ai laboratori di robotica che affiancavano la mostra.

Dal 8 al 20 novembre 2016 si terrà un nuovo allestimento della mostra presso lo Spazio MIL di Sesto San Giovanni. Anche in questa edizione si è pensato di affiancare all’esposizione laboratori didattici e incontri di approfondimento che avranno il loro momento più importante sabato 12 novembre. In quell’occasione sarà organizzata una giornata divulgativa aperta a studenti liceali, universitari e ricercatori il cui tema centrale sarà la robotica in campo medico. Il workshop sarà diviso in una sessione nella mattinata per gli studenti dei licei e una sessione nel pomeriggio per gli studenti universitari e i ricercatori. Le presentazioni saranno articolate su diverse postazioni in cui verranno trattati quattro temi: – La robotica riabilitativa – Le neuroprotesi – La robotica in sala operatoria – Il design in campo medico.

Hanno dato al momento la loro adesione ai tavoli: Riccardo Putti, Professore Università di Siena Elvira Pirondini, Dottoranda Bertarelli Foundation Chair in Translational Neuroengineering Center for Neuroprosthetics, EPFL Emanuele Formento, Dottorando Bertarelli Foundation Chair in Translational Neuroengineering Center for Neuroprosthetics, EPFL Lodovico Gualzetti, Designer Paolo Righetti, Laboratorio DAGAD, Architetto, docente Università Cattolica Milano Restiamo a disposizione per fornire maggiori informazioni sul nostro progetto e discutere le modalità di una vostra eventuale collaborazione.

Scarica il volantino con il programma dettagliato: depliant_nexus

 

lavoro

Incontro sul tema manager e lavoro – con Graziano Camanzi

Si terrà presso Co+Fabb, per l’intera giornata di Venerdì 28 ottobre, dalle ore 10 alle ore 16, un incontro nel quale un gruppo di manager, coordinati da Graziano Camanzi, discuterà la possibilità di tentare di costruire un’organizzazione che si faccia carico di ricercare, nel mercato, tutte le possibilità per consentire ai molti manager che sono fuori dal mercato del lavoro, e ai consulenti free lance, di trovare lavoro interfacciandosi con la piccola e la media impresa italiana, e non solo, contribuendo, così, oltre a ritrovare il senso del proprio lavoro e della propria esistenza, a migliorare il Sistema Italia nel suo complesso.
E’ possibile divulgare questa informazione e chi vorrà partecipare potrà farlo mandando una mail a: gettingbetter@tin.it

INDUSTRIA 4.0 -Verso la produzione digitale

Il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Tommaso Nannicini, a confronto con imprenditori e innovatori sul piano ITALIA 4.0 contenuto nel DPEF del Governo che verrà discusso in ottobre.

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Cosa dice il piano Industria 4.0 presentato dal governo. 7 cose da sapere

Il governo investe 13 miliardi su innovazione e fabbricazione digitale. Il piano Italia 4.0 prevede detrazioni del 30% e detassazione del capital gain per chi investe in startup e Pmi innovative. Con le altre iniziative in corso e l’impegno dei privati potrebbero si punta a mobilitare più di 50 miliardi

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L’attesa di questo piano, considerato una vera manna da tantissimi che lavorano nell’industria dell’innovazione per indurre le aziende ad ammodernarsi, è durata 11 mesi. Da quando lo scorso novembre l’ex ministro Federica Guidi ha detto: «stiamo ultimando un piano, si chiamerà Industry 4.0». Le vicende dei mesi successivi (le dimissioni del ministro e la nomina di Carlo Calenda) ne hanno ritardato la pubblicazione. Intanto ha cambiato un po’ sostanza e nome. Si chiama «Italia 4.0». Un prospetto sintetico di cosa sia l’industria 4.0 lo potete trovare qui.

Dal governo 13 miliardi e cabina di regia «spietata»

Partiamo dai numeri. Si tratta di un piano organico, che ha impegnato Palazzo Chigi e 6 ministeri, con un notevole impegno economico sia per lo Stato (per circa 13 miliardi di euro) che come leva per i privati (per circa 24 miliardi). Un impegno del pubblico nel periodo che andrà tra il 2017 e il 2020. Con un appunto, specificato direttamente dal ministro per lo Sviluppo economico durante la presentazione del piano: «Nel 2017, non dal 2017 al 2020, cioè il prossimo anno – ha chiarito Calenda – vogliamo mobilitare investimenti privati per 10 miliardi in più” e prevediamo nell’arco di piano un “delta di 11,3 miliardi per ricerca e innovazione»Il piano, ha spiegato il ministro, sarà coordinato da «una cabina di regia. E la verifica sarà spietata». Sarà gestita in un primo momento da governo e imprese, poi successivamente entreranno anche le Regioni.

Il Ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda

Il Ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda

Le «direttrici chiave» degli investimenti

Gli incentivi non saranno messi più a bando perché, secondo il ministro, «è un modo per non spendere». Il piano nazionale Industria 4.0, invece, è «costruito su incentivi fiscali orizzontali». Tra le misure previste, anche tempi più lunghi per ilsuperammortamento (prorogato a un anno), per l’iperammortamento, (incrementato dell’aliquota al 250% per i beni I4.0) e sempre a proposito dei soldi per ricerva e sviluppo, una rimodulazione del credito di imposta: sarà incrementale, raddoppiando dal 25 al 50% l’aliquota della spesa interna, con un credito massimo da 5 fino a 20 milioni di euro.

Di cosa parliamo quando parliamo di Industria 4.0
(20 cose da sapere)

Cosa prevede Italia 4.0 per le startup e Pmi, in 6 punti

Sia il ministro che il premier Renzi sono stati espliciti: lo Stato non è e non fa il VC, ma supporta gli investimenti e cerca di operare promuovendo un matching tra startup, Pmi innovative, mercato e investitori. Anche qui la logica degli incentivi. Il piano nazionale, infatti, prevede:

  1. detrazioni fiscali al 30% per investimenti fino a un milione in startup e Pmi innovative;
  2. per i primi 4 anni di vita delle startup, altre società “sponsor” potranno assorbirnee le perdite;
  3. detassazione del capital gain (ovvero, la “tassa sulle exit”) per chi investe a medio-lungo termine;
  4. un programma rivolto agli acceleratori d’impresa, con lo scopo di finanziare la nascita di nuove imprese con focus Italia 4.0;
  5. fondi dedicati all’industrializzazione di idee e brevetti ad alto contenuto tecnologico;
  6. fondi di VC dedicati a startup a tema Industry 4.0 in co-matching.

Gli ultimi 3 punti del Piano, in realtà, prevedono il supporto di Cassa Depositi e Prestiti: è con ogni probabilità il fondo, aumentato e potenziato, che Cipolletta annunciò (e spiegò) a Startupitalia.eu a marzo 2015. Per la parte del piano dedicata al Venture Capital, oltre a Cdp il governo prevede il coinvolgimento di Invitalia.

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Entro 3 anni banda ultra larga in tutte le aziende

Il piano Italia 4.0 le definisce “Infrastrutture abilitanti“. Entro il 2020 tutte le aziende italiane dovrebbero essere coperte da banda ultralarga a 30 begabit al secondo. Almeno la metà a 100 megabit al secondo. Perché è importante il passaggio sulla banda ultralarga è scontato dirlo: senza parlare di industria 4.0 non ha alcun senso. Condivisione di file, progetti, big data, analisi dei dati. Tutto ciò che l’industria 4.0 comporta passa da internet veloce. Per raggiungere questo obiettivo strategico è prevista a partire dal prossimo anno la creazione, in aggiunta ai tavoli istituzionali, di6 consorzi in ambito IoT.

Come sappiamo, il piano sulla banda ultralarga c’è. O per lo meno ci dovrebbe essere.6,7 miliardi tra fondi nazionali ed europei e 6 miliardi di impegno privato. Un freno può venire dal fatto che il suo lancio ufficiale è ostacolato dal fatto che il 69% delle imprese del paese è in aree dove c’è un solo operatore che porta la banda larga. Che quindi ha poco interesse ad investire nel loro potenziamento. Ed è per questo che lo Stato ci investe già 3 miliardi.

Riforma del Fondo centrale di garanzia

Tra le direttrici di accompagnamento del piano per l’industria 4.0 c’è anche la riforma e il rifinanziamento del Fondo Centrale di Garanzia. A fronte di un impegno da parte dei privati, quindi in questo caso delle banche, per 22 miliardi di euro, il governo impegnerà 900 milioni di euro.

3 strumenti della finanza per portare le aziende italiane nell’Industria 4.0

Il piano formazione per scuola e università

Tra le slide illustrate dal premier Renzi una voce è dedicata alle “Competenze“. In affiancamento al Piano nazionale per la Scuola Digitale, Italia 4.0 si propone l’obiettivo di formare e specializzare sui temi dell’Industria 4.0 più di 200 mila studenti universitari e 3 mila manager. Quanto alle scuole superiori, saranno formati sui temi dell’Infustry 4.0 il 100% degli studenti iscritti a Istituti Tecnici, e sono previsti circa 1.400 dottorati di ricerca con focus ad hoc.

Digital manufacturing e Made in Italy

100 milioni di leva per mobilitarne 1 miliardo. Anche se in mezzo ai circa 10 miliardi complessivi di impegno pubblico per le direttrici d’accompagnamento costituiscono appena l’1% dei fondi, l’effetto leva generato sul mercato potrebbe essere cruciale in un settore, quello del Made in Italy che registra non poche sofferenze tra le Piccole medie imprese del settore manifatturiero, cuore pulsante dell’economia italiana.
La soluzione prevista dal nuovo piano nazionale Italia 4.0 si basa su investimenti su “catene digitali” di vendita e incrementi nel supporto alle Pmi, attraverso centri tecnologici, formazione e  workshop.

Secondo l’ultimo rapporto della fondazione Make in Italy, l’eventuale “upgrade” della manifattura italiana al digital manufacturing genererebbe un valore addizionale della produzione di oltre 8 miliardi di euro su base annua. «In termini di valore aggiunto – sottolinea il prof. Stefano Micelli – una generalizzazione della diffusione di queste tecnologie coincide con un delta di oltre 4 miliardi di euro». Con un ritorno occupazionale di circa 40 mila nuovi posti di lavoro nell’intero comparto.

Arcangelo Rociola – Aldo V. Pecora

A.A.A. Lavoratori digitali cercasi

A.A.A. Lavoratori digitali cercasi. Come risolvere il paradosso del lavoro che c’è ma non si trova

L’Europa cerca 1 milione di specialisti entro il 2020, è meglio essere preparati. Ecco come

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È un grande paradosso, un buco nero visibile ovunque in Europa ma in Italia forse più impattante che altrove.

Ed è, al contempo, un problema per cui qualcosa può essere fatto, restituendo opportunità a chi cerca lavoro e fiato alle corse dell’occupazione e della trasformazione digitale. Ma andiamo con ordine.

I dati UE raccontano di circa 900000 posizioni digitali vacanti in Europa tra 2016 e 2020, e Confindustria porta la stima fino a quota 1,5 milioni Mentre i dati di Unioncamere/Ministero del Lavoro documentano la presenza, in Italia e oggi, di 76000posti che restano vuoti per mancanza di candidati qualificati.

Perché il buco appena descritto? Perché c’è uno spazio non coperto, e spesso neppure percepito, al centro del triangolo che unisce aziende, giovani lavoratori e istituzioni formative. In particolare:

●    Le aziende che vogliono usare meglio internet cercano professionisti qualificati, e fanno fatica a trovarne;
●    i neolaureati neodiplomati cercano lavoro, e spesso fanno fatica a trovarne;
●    le istituzioni e i soggetti formativi che lavorano per ridurre la disoccupazione, e spesso fanno fatica ad aggredirla.

Al centro del triangolo c’è spazio per creare lavoro e valore economico.

Quali sono allora le possibili misure da mettere in campo per ridurre questo gap creare lavoro, e perché no, accompagnare lo sviluppo dei distretti digitali del nostro paese?

QUANTO PESA L’ECONOMIA COLLEGATA A INTERNET: I NUMERI

Oggi l’economia collegata a internet pesa in Italia per circa il 2% del PIL, contro il 3% della Francia e oltre il 5% in paesi come Regno Unito e Svezia [fonte: Boston Consulting Group 2015].

A livello di aziende, nel 2015 solo il 7% delle PMI italiane vendeva online, meno della metà rispetto alla media europea [attestata al 16%] ed a distanza siderale dai paesi più evoluti come l’Irlanda, dove effettua vendite digitali il 32% delle organizzazioni private [fonte:Eurostat].

Tale differenziale trova riscontro anche nei livelli occupazionali: nel 2011, In rapporto agli occupati totali, il settore dei servizi di informazione e comunicazione rappresentava in Italia il 2,4% contro un livello europeo attestato intorno al 3% (UE27, 2,9%).

Le cifre appena offerte, peraltro, appaiono poco in linea con la presenza in Italia di diverse aziende internet di livello internazionale. È il caso di Yoox, leader mondiale nel settore della moda online, ma anche di realtà più piccole ma non meno agguerrite. Interpellati sul tema, i dirigenti delle aziende in questione segnalano come principale problema la difficoltà a trovare giovani professionisti qualificati, nelle aree ICT pure ed in quelle commerciali, editoriali e di marketing collegate.

UN GAP CHE NON VEDIAMO E I NODI DA SCIOGLIERE

Perché sussiste questo gap e perché non lo vediamo? Le cause sono sicuramente molteplici, ma probabilmente più incidenti di altre sono il prevalere di un approccio allo sviluppodigitale schiacciato sulla quantità di fibra stesa – quello per cui a tanti km di fibra ottica corrispondono tanti punti di PIL nuovi; la difficoltà delle PMI a capire come usare internet per modificare/innovare i propri processi e creare valore; il ritardo digitale delle istituzioni formative e politiche preposte a disegnare e orientare la formazione superiore, universitaria e post-universitaria.

Per colmare il buco digitale, favorendo occupazione e crescita di valore aziendale, è allora necessario agire su più piani.

A partire da un maggiore bilanciamento degli investimenti strutturali – secondo la logica “un euro in alfabetizzazione digitale per ogni euro in fibra” – e dalla differenziazione negli investimenti formativi stessi, con un adeguato investimento oltre che in ingegneri anche nelle figure di raccordo, traduzione e riuso interno delle innovazioni rese possibili dall’innovazione tecnologica [la fibra, le tecnologie di rete etc]. Per meglio illustrare questi punti prendiamo a prestito lo schema elaborato da BCG/ICANN per analizzare gli ostacoli allo sviluppo dell’economia digitale.

Secondo BCG gli ostacoli che si possono frapporre alla creazione di valore attraverso la rete sono di quattro tipi:

●    Ostacoli infrastrutturali,
●    Ostacoli collegati alla mancanza di manodopera qualificata e capitali,
●    Ostacoli collegati alla sicurezza di dati e transazioni,
●    Ostacoli collegati alla mancanza di contenuti digitali in lingua.

Nel nostro paese l’accento viene posto con forza sulla rimozione degli ostacoli di natura infrastrutturale- attraverso la posa di banda, la creazione di datacenter, lo sviluppo e l’adattamento di tecnologie– ma manca una sensibilità analoga sul fronte dello sviluppo di manodopera qualificata, necessaria per rimuovere gli ostacoli degli altri tre tipi descritti.

Inoltre, a livello di dibattito e scelte formative il focus è posto quasi esclusivamente sulla creazione di pool adeguati di ingegneri informatici e sviluppatori, senza un’attenzione analoga rispetto alle figure che dovrebbero adattare, tradurre e raccogliere i risultati delle innovazioni dentro le mura aziendali.

Le figure che mancano all’appello sono numerose e diverse: analisti di big data, specialisti in ecommerce, specialisti in social media, progettisti di interazione, specialisti in Customer Relationship management, specialisti in ottimizzazione e marketing per i motori di ricerca, tecnici a supporto dei robot.

Un adeguato investimento formativo e culturale su tali figure offrirebbe un rilevante effetto-leva per lo sviluppo dell’economia digitale italiana.

Terzo, sarebbe imprescindibile aggiornare i repertori delle qualifiche occupazionali finanziate/finanziabili da parte degli enti locali in ambito digitale. I repertori delle Regioni, per esempio, prevedono ancor oggi la/il “tecnico/progettista multimediale” come unica figura di professionista umanistico in ambito internet.

Con il risultato che molti fondi formativi se ne vanno per banconisti e magazzinieri, contro nessuno per data scientist e manager digitali [né di banconisti e magazzinieri digitali].

CHE FARE A LIVELLO STRATEGICO

La prima e più importante priorità è l’investimento in formazione e alfabetizzazione digitale. Certo a favore degli studenti superiori e universitari ma pure per chi lavora e per le stesse élite (imprenditori, sindacalisti, decisori locali, giornalisti), che ancor oggi mostrano una comprensione molto variabile dell’impatto economico di internet. E a livello formativo ci vuole un investimento più cospicuo anche nella formazione di figure ulteriori rispetto agli ingegneri quali: analisti big data esperti di ecommerce, esperti di CRM, manager social media e simili (si veda per ricognizione completa l’elenco di professioni web-related stilato da IWA)

CHE FARE A LIVELLO OPERATIVO: L’ELENCO

Di seguito un primo elenco, giocoforza parziale e insufficiente, di misure economiche normative e organizzative tese a ridurre il gap descritto sopra:

●    Parziale copertura da parte dei soggetti competenti delle indennità di stagein relazione alle figure innovative, [da parte di Stato centrale, Regioni] secondo il modello dei Voucher di inserimento o di Garanzia Giovani [che allo stato corrente serve meglio disoccupati e NEET];

●    Messa a disposizione di spazi [scrivanie, wifi, sale riunioni], a livello comunale, regionale e superiore, a prezzo calmierato per favorire l’incontro, la permanenza e la istituzione di relazioni di business e sociali tra i giovani professionisti nei centri economici principali [ex: le città capoluogo] e nei centri principali delle aree montane;

●    Revisione dei profili inerenti le professioni collegate a internet nei Repertorii delle Qualifiche degli Assessorati competenti [ex: Assessorati alla Formazione Regionali] a partire ad esempio dal sopracitato elenco IWA;

●    Redazione di “identikit” relativi alle professioni emergenti insieme alle aziende del settore;

●    Potenziamento degli sgravi fiscali per i giovani professionisti che effettuano spese autoformative [master, corsi specializzazione, seminari formativi];

●    Organizzazione di seminari e cicli di seminari dedicati alle professioni digitali ed alle opportunità occupazionali ad esse collegate;

●    Creazione di equipollenze tra gli iter in azienda e gli iter formativi post- laurea; Organizzazione di momenti di mentoring tematico [per professioni e per comparto].

Siete d’accordo? Ci possiamo ragionare?

Giovanni Arata / Che futuro!

30 Aprile 2016